Nuova Stazione Alta Velocità di Bologna e Maranello Biblioteca Cultura

  • Scritto da  Matteo Sintini

Due opere pubbliche di Andrea Maffei e Arata Isozaki interpretano il tema dell’inserimento di una nuova infrastruttura nel contesto della città consolidata

Andrea Maffei, responsabile dei progetti italiani dello studio Arata Isozaki a partire dal 1997, modenese di nascita, laureatosi a Firenze dove collabora con Massimo Carmassi, trasferitosi poi in Giappone presso lo studio del maestro giapponese, lavora dal 2007 ad alcuni importanti progetti in Emilia Romagna.
La prima occasione si realizza a seguito della vittoria del concorso a procedura ristretta per l’ampliamento della stazione di Bologna, bandito nel 2007 da RFI - Rete Ferroviaria Italiana, nell’ambito della creazione della linea ad Alta Velocità, che comprende anche la realizzazione delle nuove stazioni di Firenze, Roma Tiburtina, Milano e Napoli. La proposta di Andrea Maffei (capo gruppo), Arata Isozaki, Ove Arup e altri viene scelta tra i dodici gruppi di fama internazionale ammessi alla seconda fase. A proposito di questo progetto, come di quello che si descriverà in seguito, un iniziale commento si può trarre da alcune considerazioni contenute nel testo curato dallo stesso Andrea Maffei sull’opera di Toyo Ito (Toyo Ito, Electa, 2001).
L’autore sottolinea, infatti, come il progetto d’architettura nelle città giapponesi si confronti con un contesto urbano «neutro e frammentario (...) città che non hanno una consistenza reale e duratura come quelle europee, mantengono invece la temporaneità e la precarietà di una macroinfrastruttura» (op. cit., p. 9).
Il rapporto tra infrastruttura e città costituisce il punto di partenza del progetto per la stazione di Bologna, così come lo era stato nel 1967 quello per il Fiera District, redatto da un altro importante architetto giapponese, Kenzo Tange. Proprio alla parte di città a nord della linea ferroviaria si rivolge l’ampliamento per l’Alta Velocità. Se il primo recuperava le suggestioni verticali delle torri della città storica, è l’orizzontalità che caratterizza le città emiliane a contraddistinguere il nuovo progetto della stazione. Una grande piastra di altezza non superiore ai venti metri copre i binari a partire dall’edificio esistente, rivolto verso il centro, giungendo sull’altro lato a creare un fronte direttamente in relazione con i vecchi quartieri industriali della Bolognina, oggetto di un grande piano di riqualificazione in corso (iniziato con la costruzione dei nuovi uffici comunali, opera di Mario Cucinella). Un’operazione di ricucitura, dunque, che risolve la complessità dei flussi urbani e ferroviari attraverso una semplice forma architettonica; un parallelepipedo che recupera la geometria ortogonale del quartiere antistante. La nuova stazione è organizzata per regolare il traffico dei treni a media percorrenza al piano terra, mentre i binari destinati all’Alta Velocità si troveranno ad un piano interrato attualmente in fase di realizzazione. Il vecchio fabbricato oggetto di un intervento di recupero, verrà adeguato alla circolazione dei treni locali aggiungendo nuove funzioni.
L’interno è costituito da una sequenza di edifici e corti, unificati da una copertura forata da tagli e da coni dalla forma organica, che penetrano all’interno portando la luce. Il progetto è completato da un percorso inserito in un cilindro sopraelevato parallelo ai binari lungo via Carracci, che congiunge la piastra ad un nuovo edificio contenente attività in grado di garantire il funzionamento del complesso in tutte le ore.
Pur differente per scala, anche nel secondo progetto si riconosce lo stesso rigore nell’inserimento di nuove strutture nel contesto consolidato della città e il riferimento alla natura come universo formale da contrapporre, integrandolo, a quello urbano. Inaugurata nel novembre dello scorso anno, la nuova biblioteca di Maranello è stata realizzata nuovamente, in seguito alla vittoria del concorso a procedura aperta, bandito dal Comune nel 2007, da Arata Isozaki e Andrea Maffei, che ne ha seguito anche la direzione lavori.
La città della Ferrari aggiunge con quest’opera un altro importante tassello al repertorio di architettura contemporanea rappresentato da alcuni edifici commissionati dalla casa automobilistica: la galleria del vento di Renzo Piano, il centro ricerche di Massimiliano Fuksas, il fabbricato per l’assemblaggio vetture di Jean Nouvel, la torre panoramica negli spazi adiacenti la Galleria Ferrari, di Piero Lissoni. Anche la nuova biblioteca si presenta come una fabbrica, una fabbrica delle idee come si legge nella relazione generale con cui il Comune ha dichiarato gli intenti del progetto. La Maranello Biblioteca Cultura (Mabic) raccoglie in un volume di un piano fuori terra, di oltre 1000 mq, una serie di funzioni collegate tra loro. Dalla hall di ingresso, che ospita l’emeroteca e i locali espositivi della Associazione “Terra del Mito”, si accede mediante una scalinata alla sala conferenze, posta ad un livello interrato, ed alla sala lettura, a sua volta in comunicazione con la ludoteca. Gli spazi accolgono in tal modo diverse classi di utenti, rivolgendosi a tutte le età. A fianco del principale, si trova un corpo secondario che ospita i locali tecnici ed i sistemi distributivi verticali.
Il progetto risponde all’inadeguatezza della precedente struttura, posta nello stesso sito su un terreno di proprietà pubblica di fronte agli uffici comunali. Di questa si è mantenuto il perimetro, fisicamente ancora presente nei muri a est, nord e sud, che definiscono i limiti entro cui si situa il nuovo edificio e al tempo stesso stabiliscono un rapporto di contatto e protezione dall’edificato contiguo. A partire da questo primo elemento, il progetto, come il precedente, sembra descrivibile attraverso un riferimento al tema del “frammento infrastrutturale”, descritto nel brano citato all’inizio.
Provenendo da via Vittorio Veneto, una fascia d’asfalto rossa anticipa il senso d’estraneità che si sperimenta, pochi passi dopo, scorgendo il volume bianco della biblioteca da cui sporge l’aggetto curvilineo della pensilina. Il tutto in contrasto, formale e materico, con il tessuto edilizio d’espansione inizio Novecento che caratterizza questa parte di città. La stessa presenza dell’acqua nelle vasche intorno all’edificio e delle piante rampicanti che crescono lungo i muri perimetrali, introduce un elemento naturale quasi “fuori contesto”, che si rivela immediatamente parte della qualità architettonica ricercata dagli autori. Le linee organiche delle pareti vetrate che seguono lo sviluppo della pianta, parte della ricerca linguistica e formale dei due architetti, s’inseriscono liberamente nel perimetro definito dai muri, proseguendo all’interno nei lucernari tondi della copertura e nelle scaffalature curvilinee. Alla definizione di un senso di fluidità dello spazio interno, concorre poi la semplice separazione delle funzioni mediante scaffali, fatto che non esclude, tuttavia, la presenza di luoghi riparati posti nelle anse delle pareti trasparenti, a contatto visivo con l’acqua. È proprio il riverbero della luce interna e dell’edera su questa superficie, il cui fondo è arricchito da ciottoli bianchi di gres porcellanato, omaggio al prodotto più tipico, insieme alle automobili, di questa parte di Emilia, a contribuire poi alla definizione di questo luogo “aperto” e informale, in cui l’esperienza del sapere dialoga con l’ambiente circostante. La centrale di riscaldamento e raffrescamento geotermica e l’impianto d’illuminazione a led confermano poi la centralità nel progetto del tema dell’ambiente, sottolineata anche dai sistemi tecnologici per il risparmio energetico di cui l’edificio è dotato.

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