Imparare da Sappada

  • Scritto da  Giovanni Corbellini

Una riflessione sulla montagna: su architettura, identità, turismo e le conseguenze del paradigma tipomorfologico

Recentemente sono stato invitato a parlare di architettura in montagna, argomento che nella mia attività di critico ho sfiorato solo come curatore di una mostra su “Gino Valle in Carnia”1. Non potendo riciclare quell’unico episodio, mi sono trovato a dover attingere, con un certo imbarazzo, alla mia più che limitata esperienza di progettista e, soprattutto, di villeggiante. Anzi, date circostanze, dimensioni e qualità della mia prima (e unica) opera realizzata si può tranquillamente dire che ho affrontato il compito con lo sguardo poco professionale del turista: della montagna e dell’architettura... La mia famiglia frequenta Sappada (Plodn, nel dialetto locale) da quattro generazioni. Mio nonno Regolo, appassionato rocciatore e accademico del Cai, vi aveva fatto base per le sue esplorazioni estive nel gruppo del Clap e sulle cime vicine. La collocazione impervia della valle, a ridosso dell’Austria tra Veneto e Friuli e lontana dalle maggiori vie di comunicazione, ha determinato la formazione qui di una peculiare isola linguistica germanofona, il cui idioma bavaro- tirolese pare molto vicino a come si parlava nel medioevo2. L’isolamento che ha custodito la lingua ha anche consentito lo sviluppo di una architettura specificamente caratterizzata e particolarmente interessante, tanto che dal 1956 l’intero territorio comunale è oggetto di protezione da parte della Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici. Alla fine degli anni Cinquanta risale anche la villetta di famiglia: una versione geometresca ma tutto sommato non troppo scorretta dello stile “olimpico cortinese” che al tempo andava per la maggiore. Con l’arrivo di mogli, cognati, figli e nipoti decidiamo quindi di procedere a un modesto ampliamento. Preso dall’entusiasmo produco numerose idee di progetto che un serrato confronto con vincoli regolamentari stringenti (tetto a doppia falda con ampio sporto, materiali “montani” ecc.), le non facili condizioni del sito e l’impegno a cercare una continuità metodologica con i più accreditati architetti di montagna (da Loos a Zumthor) conduce a una soluzione, per me, abbastanza convincente. Tuttavia la Commissione edilizia “integrata” (un solo architetto presente ...) respinge la richiesta di concessione. La breve motivazione sottolinea la difformità del progetto, e della stessa povera villetta preesistente, dalla “tipologia locale” a cui si chiede di adeguare l’intero fabbricato in occasione dell’ampliamento. Siamo nel 1997 e l’anno precedente avevo ottenuto il mio primo insegnamento a contratto allo Iuav: per un caso fortuito si trattava proprio di “Caratteri tipologici e morfologici dell’architettura”. Forte di questa sia pure temporanea autorevolezza, unisco alla richiesta di riesame del progetto un piccolo saggio in cui, ripercorrendo le principali posizioni teoriche sull’argomento, da Quatremère de Quincy ad Argan, da Pevsner a Muratori fino a Gregotti e Rossi, mostro come la nozione di “tipologia locale” sia difficilmente rintracciabile in letteratura e poco sostenibile in termini scientifici, soprattutto se confrontati alla reale situazione di Sappada. Nell’immediato intorno del mio progetto si trovano infatti: alcune blockhaus sette-ottocentesche (case in travi squadrate di legno); una serie di esempi del cosiddetto “rifabbrico” successivo all’incendio del 1908 (edifici in muratura intonacata di tre-quattro piani, con pianta di circa dieci per dieci metri); vari villini simili per anno di fabbricazione, caratteristiche morfologiche e “stile” a quello che stavo ampliando; un ex albergo, più o meno del secondo dopoguerra, e un grosso condominio degli anni Settanta, entrambi dimensionalmente incomparabili a tutto il resto; oltre a vari ibridi o anelli di passaggio tra una serie tipologica e l’altra, ivi compresi alcuni rifacimenti e aggiunte recenti particolarmente esoteriche. Riammesso in commissione, mi presento a sostenere le mie ragioni e, dopo una discussione abbastanza surreale (l’ingegnere non riesce a digerire l’asimmetria, gli amici maestri di sci e commercianti riconoscono di non capire e ancor meno approvano, il perito comunale paventa il rischio, una volta fatto passare qualcosa del genere, di aprire ad altri analoghi esiti infausti ...), il progetto viene approvato, credo più per la condizione di committente di me stesso che per l’efficacia delle argomentazioni disciplinari, peraltro scarsamente condivisibili con la maggior parte dei miei interlocutori. Finalmente, una decina di anni fa, l’ampliamento è pronto. Nella sua semplicità riesce ancora ad attirare la curiosità di chi ci passa davanti, non so dire se per qualità intrinseche o perché rimane un’anomalia rispetto all’edilizia corrente. La grande maggioranza degli edifici che si continuano a erigere e a ristrutturare a Sappada si sono conformati a comportamenti progettuali diversamente dettati dall’azione combinata della pressione turistica e della tensione identitaria, indirizzati dagli organi amministrativi, abbracciati da diversi professionisti ed evidentemente approvati dalle autorità di tutela. La fenomenologia che ne consegue è rappresentativa di una specificità sappadina a sua volta capace di ritrarre più diffuse modalità di trasformazione ambientale che hanno investito l’arco alpino negli ultimi trent’anni. È soprattutto in montagna infatti, dove la condizione di alterità e isolamento costituisce fattore fondamentale di attrazione, che la dialettica tra turismo e identità esperimenta aspri conflitti e inaspettate convergenze. Sono questi i luoghi dove il “folclore”, il “caratteristico”, la “genuinità” del cibo e delle manifestazioni culturali alimentano maggiormente il marketing turistico, dal quale sono però inesorabilmente consumati, tanto da richiedere un loro continuo e sempre più accelerato rinnovamento. La riscoperta di usanze indebolite dal tempo non sembra sufficiente a rispondere alla minaccia di erosione culturale portata dalla nuova economia né alla richiesta di “tipicità” che quest’ultima esprime pressantemente, tanto che i fenomeni di “invenzione della tradizione”3 si susseguono a ritmo sostenuto e si estendono dagli eventi estemporanei alla trasformazione dello spazio. Da un paio di anni Sappada è diventato il “paese dei presepi” e, d’estate, compaiono fantocci di fieno variamente abbigliati a ricordare i mestieri della montagna. Qualche tempo prima sono apparse sculture di legno ispirate a scalatori, boscaioli o animali d’alta quota, precedute da analoghi soggetti riprodotti serialmente in metallo o in cemento. Una serie di strati posticci, ancora reversibili, accompagnati da più definitivi interventi sull’architettura che, a partire dagli anni Ottanta hanno trasformato radicalmente l’immagine del paese. Scorrendo foto d’epoca e vecchie cartoline, e confrontandole con la situazione attuale si può vedere come il film dell’evoluzione architettonica del paese subisca di punto in bianco una accelerazione e, insieme, una deviazione sostanziale proprio una trentina di anni fa. Certo, anche nel periodo immediatamente precedente si può notare come l’impatto del turismo di massa tenda a introdurre qualche vezzo decorativo, ma si tratta pur sempre di procedure progettuali fondamentalmente oneste, dotate di logiche costruttive e obiettivi estetici discernibili: l’ornamento è applicato, astratto, se mima funzioni strutturali lo fa in maniera abbastanza plausibile e, in genere, sta lì per ragioni specifiche, come l’individuazione delle masse, la loro riduzione o magnificazione visiva, il raccordo tra superfici, la gestione delle proporzioni. Pratiche che a un certo momento vengono rapidamente sostituite da strategie diametralmente opposte. Un primo fenomeno, comune anche ad altre località montane, è l’imitazione superficiale delle tecniche tradizionali, destituite però di ogni logica costruttiva, materiale o funzionale e riprodotte a fini unicamente decorativi. Edifici a telaio di calcestruzzo, in muratura o, più recentemente, in pannelli prefabbricati di legno, vengono rivestiti scopiazzando malamente il blockbau: le “travi”, ad esempio, non corrispondono alle teste che emergono oltre gli incastri angolari, rivelando che sono realizzate con tavole sottili a rivestire spessi strati di isolamento. In più, il grigio della finitura anticata si distacca dal nero del Carbolineum utilizzato a proteggere il legno delle case originali. Analoghe sgrammaticature riguardano le imitazioni dei basamenti in pietra (spessori anomali, improbabili attacchi a terra, uso di pietre finte ...), i poggioli a sbalzo (le travi che dovrebbero sostenerli sono in realtà appese sotto le parti resistenti) e le relazioni tra le parti in generale, i cui esiti hanno perso ogni connessione con le apparecchiature tettoniche prese a esempio. Ne deriva una diffusa pratica del travestimento4 che trova un analogo culturale nella espressione della tradizione sappadina maggiormente promossa ai fini turistici: il famoso Carnevale. Il che potrebbe suonare anche appropriato in una località di villeggiatura, tale appunto perché offre ai visitatori una condizione di sospensione dalla loro quotidianità. Meno condivisibile il fatto che questa costante mascherata sia l’esito dell’intenzione di rispettare tradizioni e preesistenze, soprattutto se rafforzata dai vincoli legali di protezione ambientale. Altra, più singolare manifestazione di questa tendenza è l’importazione a Sappada di tecniche, stilemi, dettagli e soluzioni varie dall’architettura delle Alpi bavaresi, conseguenza paradossale del clima di revival identitario consolidatosi tra gli anni Settanta e Ottanta5. Le ragioni per le quali, tra le possibili origini della comunità locale (l’evangelizzazione e germanizzazione degli sloveni cantarani o la leggendaria migrazione dall’austriaca Villgraten6), venga scelta la più lontana zona di assonanza linguistica restano piuttosto oscure, così come è incomprensibile la logica secondo cui si possano affermare le proprie radici sovrapponendo a testimonianze vive e presenti strati decorativi presi da un ramo ipoteticamente proveniente dallo stesso tronco ma evolutosi per i fatti suoi in una direzione indipendente: come se oggi i padovani imitassero l’attuale architettura turca per riallacciarsi ad Antenore, eroe troiano e mitico fondatore della città... Fatto sta che improvvisamente la tavolozza dei colori accoglie nuove tonalità pastello e cominciano ad apparire mai viste finiture a graffito con complicati ghirigori, in genere attorno a porte e finestre, iscrizioni religiose, augurali, araldiche o simboliche, insegne di famiglia e di mestieri, archetti rampanti privi di funzione statica anch’essi fittamente ornati, imitazioni di strutture lignee a traliccio, colonne tortili, bovindi e strani campaniletti segnavento in cima ai tetti ... Una ondata decorativa che travolge la costruzione del nuovo, le ristrutturazioni, gli edifici a destinazione ricettiva e, soprattutto, le case dei residenti, lambendo anche alcune delle antiche blockhaus. A sancire definitivamente il suo inopinato riconoscimento collettivo e ribadire una cogente funzione di indirizzo, lo stile neobavarese finisce per rivestire il municipio. Applicate in “purezza” o combinate fra loro, queste modalità progettuali investono anche esempi più che dignitosi di modernismo alpino, irriducibili per articolazione dei volumi e proporzioni complessive alla crosta vernacolare che ora li ricopre. Persino la Casa ai monti, grande albergo degli anni Sessanta7, viene malamente ricondotta a quella “tipologia locale” che i miei occhi di architetto non sono stati a suo tempo in grado di riconoscere. Sebbene la formula sia intrinsecamente contraddittoria, tanto nel riferirsi alla tipologia (che presupporrebbe una qualche connessione evolutiva con le preesistenze) quanto nel connettersi a questo luogo specifico (tradito attraverso la traduzione di un’altra tradizione), essa fotografa, come si è visto, una fenomenologia dotata di precise modalità d’azione che ha rapidamente raggiunto una significativa massa critica. L’immediata e generale condivisione della contraffazione pittoresca da parte di attori e utenti della trasformazione ambientale e la parallela marginalizzazione dello sguardo disciplinare mostrano inquietanti analogie con le maschere storiciste dei casinò di Las Vegas. Purtroppo, a differenza del Caesar’s Palace, di cui tutto si può dire tranne che aspiri a una qualche autenticità, la pretesa di continuità viene impietosamente smascherata dal confronto permanente e ravvicinato con gli originali8. Difficile quindi agire come i Venturi e fare di Sappada il laboratorio di una teoria progressiva dell’architettura9. Nonostante l’enorme successo di pubblico, sia autoctono che forestiero, e lo scarso coinvolgimento degli architetti (come dappertutto in Italia, ingegneri, geometri e periti firmano la stragrande maggioranza dei progetti) è arduo riconoscere qui i caratteri delle costruzioni spontanee, portatrici di una qualche “verità” in grado di rivoluzionare stanche maniere accademiche. Più plausibile riconoscervi l’eco deteriorato di sguardi e teorie sviluppatesi all’interno della nostra disciplina: siamo stati purtroppo noi a costruire il quadro ideologico e a fornire gli strumenti retorici che ora producono tali risultati. Ben prima della reazione postmoderna, il nostro Paese è stato il laboratorio di molteplici approcci teorico- progettuali intenzionati a connettersi con i linguaggi del passato, dal neorealismo alle “preesistenze ambientali”, fino all’affermazione del paradigma tipo-morfologico come fondamento dell’insegnamento dell’architettura, della sua pratica e della generalità dei discorsi alla base della sua legittimazione. Quest’ultimo ha operato una letterale inversione del processo progettuale, trasformato da procedimento induttivo di organizzazione delle logiche interne della costruzione, in rapporto alle necessità e alle occasioni locali, a sistema deduttivo di controllo di conformità, dall’insieme paesaggistico e urbano alla soluzione architettonica. L’idea che l’architettura della città dovesse prevalere sulle singole architetture che la costituiscono si è trasformata in un sistema di controllo poliziesco che, anche dove si presenta rinforzato dalla supervisione della Soprintendenza, non garantisce una reale continuità con il passato e impedisce allo stesso tempo la proposta di progetti di qualità, invischiati in una rete sempre più fitta di vincoli estetici totalmente disgiunti dalle ragioni che li avevano prodotti. L’esempio di Sappada dimostra come l’applicazione del paradigma tipo-morfologico richieda sensibilità particolarmente raffinate, non sempre disponibili nel mercato del progetto nostrano e specialmente in montagna. Di fronte alle pressanti richieste di un inasprimento della tutela, è forse il caso di sperimentare strade differenti, capaci di produrre una più dignitosa e sincera edilizia “senza architetti” e consentire, quando possibile, l’emergere di qualche architettura significativa.

 

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