Vivere in montagna

  • Scritto da  Andrea Rinaldi

Il rapporto tra progetto e costruzione, nella sua umana semplicità, ridiviene il fine e il mezzo dell’insegnare, liberando il progetto dell’architettura da tutti quegli schematismi e ideologie tipiche della cultura accademica “disciplinare” degli ultimi decenni

Il laboratorio, i cui prodotti sono in parte riportati nelle pagine seguenti, ha cercato di impartire agli allievi, privi di alcuna conoscenza della disciplina architettonica, il concetti del conoscere e del fare architettura. Il tema del corso, “vivere in montagna”, rappresentava una sfida per costringere gli allievi a confrontarsi con un’idea di ambiente oltre che con un’idea di vivere. Lo scopo del concorso tra gli studenti dei tre laboratori, era principalmente quello di stimolare nell’allievo la passione del progetto di architettura per mezzo di una sana competizione.
La maggior parte dei progetti, coerentemente con il tema suggerito, interpreta il principio della compattezza come traccia per un’architettura di montagna rispettosa del luogo e dell’ambiente. Il rapporto con l’irregolarità del terreno, risolto di frequente con forme e materiali tali da esprimerne il suo radicarsi alla terra e la vocazione tettonica del progetto d’architettura, il rapporto con il sole e la pioggia, il freddo e il caldo risolto con sufficiente pragmatismo senza farsi tentare dalle sirene del vernacolo, il confronto con la severità dell’ambiente montano risolto con l’attenzione ad un delicato inserimento, senza scadere nel mimetismo ambientale, sono approcciati con la sufficiente consapevolezza di progetti maturi, che nel vivere in montagna ritrova la convergenza delle problematiche prima affrontate in modo separato o non affrontate per nulla: la forma, lo spazio, la semplicità, la sostenibilità, la leggerezza, il concetto di minimo, l’idea generatrice del progetto. I tre progetti risultati vincitori (Silvia Davoli vincitore, Marcello Greco e Davide Lucchese segnalati), nella consapevole assunzione di configurazioni tipologiche ben precise e nell’accurato approfondimento linguistico e tecnologico, sono rappresentativi di una serie di progetti che vedono la semplicità come fine ultimo della ricerca compositiva. Non è nel naturale stato delle cose che un progetto sia semplice. Lo diviene solamente con un faticoso lavoro di sintesi, fatto di esitazioni e di perplessità che mamo mano si traducono in un numero limitato di segni. Si tratta di soluzioni fresche, forse anche ingenue e non prive di errori, ma certamente piene di vitalità, di chi crede, (non a torto) che la realizzazione di una buona architettura sia direttamente proporzionale all’impegno profuso: rappresentano pertanto un’esperienza di conoscenza non solo per chi le ha svolte, ma anche un’indicazione per chi opera nel campo del progetto d’architettura, che esiste la possibilità di una ricerca progettuale capace di migliorare la qualità della vita dell’uomo. Comune denominatore di tutti i progetti è la effettiva possibilità di essere costruiti. Il rapporto tra progetto e costruzione, nella sua umana semplicità, ridiviene pertanto il fine e il mezzo dell’insegnare, superando l’estetica formale compositiva, le colte citazioni degli storici, le superficiali celebrazioni dei critici o l’asettica ricerca di innovazione tecnologica dei tecnici, liberando il progetto dell’architettura da tutti quegli schematismi e ideologie tipiche della cultura accademica “disciplinare” degli ultimi decenni.
Questi lavori dunque fanno ben sperare. C’è da augurarsi tuttavia che la freschezza inventiva che da essi traspare non si trasformi, nel corso degli studi e nella pratica professionale, in una qualità generica o ancor peggio in un’arida destrezza professionale che contraddistingue la maggior parte del costruito.

 

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