Arte Fiera 2014. L'economia gira attorno all'arte

  • Scritto da  Stefania De Vincentis

Una carrellata sulle interazioni tra arte ed economia messe in scena a bologna, tra luoghi, spazi e interpretazioni urbane 

Si è da poco conclusa a Bologna l’edizione 2014 di Arte Fiera, la ormai avviata manifestazione di arte moderna e contemporanea c he riunisce negli ambienti dell’ area fiera bolognese rappresentanze di gallerie d’arte attive sul territorio italiano e internazionale.
In tutto 118 gallerie di moderno e contemporaneo, di cui una decina dedicate alla seconda metà dell’ ottocento, 20 quelle specializzate nella fotografia, 10 che hanno puntato al Focus sull’Est Europa, 15 al Solo Show e 7 nelle Nuove proposte, sezione dedicata ai giovani artisti. Ben più di 1500 in totale le opere esposte e oltre 1.100 gli artisti presenti con una propria opera, dai nomi più noti e consolidati, alle giovani promesse dell’arte contemporanea, ai capolavori ancora poco conosciuti dell’Est Europa, così come artisti di grande valore del tardo 800 italiani e stranieri, e i grandi fotografi, categorie che rappresentano una delle principali novità della manifestazione. Numerosa la presenza, inoltre, di più di trenta fra case editrici, librerie specializzate in arte e istituzioni museali.
Negli ampi padiglioni progettati dall’architetto Benevolo in cui si svolge la kermesse, a dar sfoggio di sé sono il mondo del collezionismo e quello dell’industria che vi ruota attorno in maniera satellitare, rivendicando il proprio ruolo all’interno di spazi dedicati a “Conversations”, un ricco e qualificato programma di almeno dodici tra incontri e tavole rotonde sullo stato del mercato dell’arte, i cui protagonisti sono galleristi, curatori, direttori di musei e collezionisti di primo piano nel mondo dell’arte moderna e contemporanea.
Le opere d’arte, sparpagliate sui pannelli degli stand, risplendono di un’asettica luce, in cui il valore d’opera si risolve e si esaurisce nella fama del nome. Sebbene sembri superfluo insistere con riflessioni che non vogliono insinuare inflazionati moralismi sulla tipologia di esposizione rappresentata da questa come da ogni manifestazione che si appelli come fiera, non è tuttavia errato cercare di rendere una fotografia dell’insieme e suggerire temi, forse ritriti, sull’importanza del contesto e dell’installazione nella resa di un lavoro artistico.
La fiera è per antonomasia un’attività commerciale e promozionale in cui il vero protagonista, il gallerista, offre alla scena il proprio materiale, esasperandone la visibilità in maniera ostentata, pornografica, volendo intendere con ciò un accentuazione dell’aspetto visuale e materiale dell’oggetto, volto alla stimolazione del desiderio d’acquisto conseguente ad una diretta mercificazione. Dipinti, installazioni, sculture, riuniti in un unico recinto, secondo una logica che spesso non segue neanche quella cronologica, ma spesso solo quella del campionario, dell’ offrire nel minor lasso di tempo e spazio la miglior rappresentanza del proprio avere. Quindi, con compianto per gli amati Concetti spaziali di Lucio Fontana, ci si rassegna a vederli impiantati e incastonati in svariate cornici interpretative e fisiche, secondo la discrezione del gallerista di turno: ecco che di volta in volta la cornice trova forma nel listello laccato, che lascia poi spazio alle cesellature dorate o alla pura plasticità di una teca dai mille riflessi, dove lo scrupolo per la sicurezza dell’opera prende il sopravvento. Sorprende, infatti, che quelle opere, oggetto di una giustificata tutela, regolata da sensori, allarmi e distanziatori che prevale nei musei, sia in questa sede delegata alla sorveglianza dei singoli rappresentanti commerciali, e alla buona creanza della folla di avventori.
Incuriosiscono le soluzioni espositive che si creano in maniera involontaria all’interno del circuito segmentato degli stand, dove paradossali combinazioni di quadri impressionisti appesi al di sopra di divanetti in pelle e tavolini di cristallo rinviano ad una fruizione dell’opera all’interno di un ambiente quotidiano e impersonale, al limite tra la sala d’aspetto e il salotto.
Il mercato promuove una forte presenza dell’area informale. Molti gli esempi dei Concetti spaziali e dei Tagli di Lucio Fontana, affiancati alle spirali astrali di Gianni Dova ,per poi passare allo scorrere segnico delle tele di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi, insieme alla grafite leggera di un ritrovato Gastone Novelli, fino alle materie consumate di Alberto Burri .
Accanto ai nomi del Novecento, catturano l’attenzione elaborate cornici al cui interno spiccano capolavori dell’Ottocento, tra cui Giovanni Boldini è evidenziato dalle dimensioni delle scritte, proprie di un’insegna commerciale, con cui viene elegantemente indicata l’opera.
Le opere più recenti mettono in scena poco realisticamente installazioni che, corteggiando la pop art indugiano sul sculture propriamente kitsch, stimolando la giocosa l’ilarità dell’osservatore dubbioso, nonché il portafoglio di quello facoltoso (di nota le sculture HOPE di Robert Indiana presso lo stand della Galleria Contini vendute a 150 mila euro). E il se settore fotografico ha raggiunto un maggiore spazio in visibilità, a perdere è stato il lato percettivo, costretto in stand in cui l’installazione delle stampe fotografiche sulle pareti di cartongesso, offre la prospettiva dei propri soggetti sovrapposta a quella dell’immagine riflessa proveniente dalla stampa sul pannello opposto.
L’affluenza raggiunta che sfiora le 50mila presenze, segna comunque la vittoria della manifestazione che ha ben saputo coordinare la propria presenza con il folto programma di eventi che hanno contraddistinto il week end bolognese.
Il circuito Art City collegando alla manifestazione fieristica mostre e aperture straordinarie dei luoghi museali e dei palazzi storici, è riuscito a rendere l’evento principale costituito dalla Fiera un espediente utile a godere della nuova connessione artistica-urbana organizzata in città, con climax nella Art City Night, la notte bianca dell’arte all’interno del centro storico di Bologna. Un sistema ben organizzato attraverso un tam - tam mediatico che ha avuto il picco di affluenza e diffusione grazie ai social networks e alle applicazioni digitali, utili a mappare in tempo reale le sedi degli eventi; l’accesso libero o a prezzo ridotto alle mostre temporanee (previa esibizione del pass arte fiera ) e navette gratuite che connettevano i principali centri di attività.
La città si veste ad art-smart city, e sottolinea come le sue architetture sappiano praticare un efficiente dialogo tra il mondo della cultura e quello dell’industria. Sede per antonomasia per le azioni di economia della cultura è sicuramente la prestigiosa Sala Borsa, sede della ricchissima omonima biblioteca e piazza per la ricerca, la fruizione e la condivisione culturale. Uno spazio dinamico, organizzato con particolare attenzione alla cura nel design di ogni sua area, dalla numerosa moltitudine di sedute, alle nicchie estratte dall’edificio storico in cui vengono ricavati alvei per la lettura, l’ascolto musicale, la visione video. Ovviamente in un area accessibile e, dato non banale, wifi free. Un luogo che incarna a tal punto la nuova sensibilità del vivere urbano, da ospitare tra le sue balconate, l’Urban Center, dove la mostra City Branding, testimonia gli esiti di un ampio contest rivolto a designer e studenti di tutta Italia per la scelta del nuovo marchio della città. L’arena si correda di installazioni di arte contemporanea, tra cui in una cabina circolare in bilico tra la struttura di una doccia da campo o di un camerino da centro commerciale, si proiettano le sperimentazioni video artistiche di Pietro Babina, Mesmer Production. “3more60° Eco-Applicazione è un’opera video interattiva, applicazione di E.C.O., costituita da una cabina di proiezione che permette al pubblico la fruizione di un video a 360° grazie all'uso sperimentale di GoPano, un sistema di riprese a 360° progettato dall’equipe americana eyesee360° della Mellon University di Pittsburgh, Pennsylvania.
Nel sistema GoPano lo spettatore si trova all’interno dell’azione e spetta a lui navigare il film, ricercando in tempo reale l’inquadratura, creando sempre nuovi nessi narrativi. Ciò che Babina ha cercato di fare è comprendere ed elaborare un linguaggio per questo sistema che ancora si presenta come semplice tecnologia analfabeta. Come altre volte nel percorso dell’artista bolognese l’impresa è quella di congiungere tecnica e poesia, con spirito utopico”. Il comunicato stampa così introduce lo spettatore all’esperienza della visione di un breve cortometraggio, seguendo fisicamente la proiezione attraverso la rotazione del sedile, e dove il circolo vizioso, oggetto della breve trama filmica, rende il movimento vertiginoso della sedia, tra il gioco infantile e la provocazione di un reciproco inseguimento (è il video che mi segue o sono io che lo seguo?).
L’apoteosi del circo mediatico si raggiunge con la notte bianca dell’arte, un ‘opportunità certo per godere di una città aperta e accessibile nei suoi monumenti storici , nelle sue chiese, che non si vergogna di abbinare la mondanità di un sabato sera alla proposta delle sue mostre tematiche, avvolgendo in un evocativo e oculato percorso della magia, le sedi artistiche della città dal MAMBO_ Museo di Arte Moderna di Bologna, allo storico Museo Archeologico dell’Archiginnasio. La magia si manifesta nel breve sbocciare di eventi temporanei, installazioni e performance per suggerire una diversa vivibilità dello spazio urbano, ribaltandone la percezione. Così il ristretto spazio di un posto auto impossibile da trovare nelle ore di punta, diventa a mezzanotte area living, un salotto per il relax con tanto di giardino! Salotto Urbano e un verde affaccio è un unico evento, nato dalla collaborazione tra City Space Architecture (http://www.cityspacearchitecture.org/) e BAQ Bottega Azioni Quotidiane (http://bottegaazioniquotidiane.tumblr.com ). “Da qualche anno in tutto il mondo viene organizzata una manifestazione intitolata "Parking Day" (http://parkingday.org/), durante la quale alcuni posti auto all'interno di diverse città vengono temporaneamente trasformati in luoghi di interazione sociale. Lo scopo è di riflettere sull'enorme quantità di spazio urbano dedicato ai veicoli e alla mobilità carrabile, nonché sulle potenzialità associate alla sua trasformazione”.
A scalzare dal piedistallo ogni velleitario eccesso di innovazione a proposito del sistema economico dell’arte, pare subentrare di proposito una delle mostre inaugurate nei tre giorni di Arte Fiera. Il Piedistallo Vuoto. Fantasmi dall’Est Europa, è il titolo emblematico della mostra curata da Mario Scotini sul panorama artistico est europeo all’indomani della caduta della cortina di ferro.
La mostra riunisce più di 40 artisti di 20 Paesi dell'Est Europa e dell'ex URSS, per un totale di 100 opere, a partire dagli anni Settanta e intorno a due importanti assi temporali: il 1989 con la caduta del muro di Berlino e il 1991 quando si dissolsero l'Unione Sovietica e il Patto di Varsavia.
A distanza di vent’anni anni questo all’interno di un unico grande evento espositivo vengono presentati video, performances, installazioni, fotografie, disegni e lavori pittorici di molti degli artisti che non avevano trovato spazio all’interno della cultura socialista
“Ma non sarà una mostra sulla nostalgia del passato – sottolinea il curatore Marco Scotini che da anni segue con interesse i rappresentanti di questa congiuntura artistica con esposizioni di ricerca e di successo internazionale – sarà invece una mostra che già dal titolo racconta un mondo ancora vivente, una potenzialità”. Al contempo si evocano i fantasmi o che hanno popolato questo momento di passaggio e di attesa, suggerendo con gelido e vagamente nostalgico sguardo qualcosa che è stato.
Una mostra che si divide in due principali declinazione, dove nell’una a narrare una storia sono i gesti, raccolti in una carrellata di ideo e fotografie o installazioni che mettono inscena un teatro di sparizioni; si affianca il racconto delle cose, un archeologia di oggetti che testimonia, con l’affetto di un feticcio, con la noia di un bagaglio ingombrante, una presenza mutuata, un’assenza caratterizzata, un vuoto umano che reclama visibilità aggirando la repressione.

 

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