La "Torre" enciclopedica

  • Scritto da  Pietro Massai

La mitologica perdita di comunicabilità rispecchia se stessa nel Social-e?

Torre di B.
Il libro della Genesi racconta (identificando erroneamente il nome della città con l’ebraico bālal
«confondere») che gli abitanti di Sennaar decisero di costruire una città e una torre «la cui cima
raggiungesse il cielo» (cioè «altissima»); ma Dio, volendo punire il loro orgoglio, confuse le lingue,
cioè le idee e i propositi di costoro che, interrotta la costruzione della città, si dispersero per il mondo.

Enciclopedia Treccani

Babele e la sua torre tornano periodicamente sulle bocche di artisti, autori, architetti. È stata via via una fortezza, una rivista, un programma televisivo e numerosi progetti, tra cui quello relativo a una nuova tipologia di “supercannoni” sviluppati nell’Iraq di Saddam Hussein. A Firenze Babele è l’argomento di un’esperienza didattica svoltasi nel 2006-2007, pensata e coordinata dall’architetto Carlo Terpolilli – Ipostudio – che ha coinvolto settanta studenti guidati e ispirati da importanti registi teatrali dell’ambito fiorentino e professori di architettura del calibro di Dal Co, infine sfociata in una mostra presso lo spazio espositivo di Santa Verdiana. L’esperimento ha dato poi vita a una pubblicazione (3 città (im)possibili, Forma edizioni, 2012), assolutamente interessante oltre che dal punto di vista metodologico anche da quello terminologico, poiché offre l’opportunità di innescare altre riflessioni sul topos della “Torre di Babele” e sull’aspetto didattico-formativo che ne deriva, trattandosi di una sperimentazione universitaria. Ogni palazzo (tema di progetto) della città doveva essere rappresentato attraverso un modello fisico alto come lo studente ideatore. L’edificio è infatti espressione del creatore e lo deve rispecchiare in ogni sua meta-sembianza. È parte di un complesso che però rappresenta la comunità di cui diventiamo cittadini e reali essenze di una Babele che abbiamo fuori e dentro.
Babele è un luogo simbolico di facile utilizzo, di grande suggestione, ma poco conosciuto nella sua vera essenza folle di città avida tendente a Dio. È anche molto più affascinante, dal momento in cui la generalizzazione di significato concede di ammettere variazioni interpretative quali, ad esempio, un accostamento al “Palazzo Enciclopedico” di Marino Auriti – brevetto, depositato dall’utopista nel 1955, del Museo che avrebbe dovuto accogliere tutto lo scibile umano, dalla ruota al satellite – che invece ha prestato il nome alla Biennale d’Arte di Venezia di quest’anno. Tuttavia, ironia della sorte, nonostante la sua moderna concezione, probabilmente il Palazzo di Auriti nient’altro è che lo stato evolutivo precedente alla torre di Babele. Una città che tende a inglobare lo scibile della conoscenza umana, per toccare quella divina, perfettamente organizzata, in una catalogazione che sa di perfezione. Perfezione lontana dal concetto di classificazione dei reperti e delle conoscenze come è uso in ogni biblioteca, ovvero attraverso numeri codificati che rimandano a volumi: nel “Palazzo Enciclopedico” si ha una catalogazione – si direbbe oggi – fluida: ritrovamenti e testimonianze, quali opere e ricordi (forse previsioni?), sono connessi e “classificati” all’interno del “Palazzo Enciclopedico”, attraverso affinità elettive e simpatie magiche, alle quali si accede con una reale voglia di conoscenza, quasi una fanciullesca curiosità. Il criterio, si capisce, è completamente soggettivo. Il fluido della struttura connettiva tra le varie opere però rischia di far collassare la struttura portante stessa del “Palazzo Enciclopedico”, trasformandolo quindi in Torre di Babele: quanta soggettività oggi impregna il rapporto che l’art director trova tra due opere vicine? Perché il direttore artistico pone accanto proprio quelle due opere? Tuttavia è forse l’estrema soggettività delle connessioni che impressiona – tutti –, intimorisce – molti –, stimola – i curiosi –. Si è persa la chiave di lettura univoca, quella che “veniva accettata”:

“noi accettiamo la realtà del mondo come la si presenta”
(Truman non si pone degli interrogativi ma accetta ciò che è intorno a lui così come è).

The Truman Show, Peter Weir 1998, sceneggiatura di Andrew M. Niccol

La chiave di lettura è ora rimpiazzata da quella personale, esemplificata nel Like! di Facebook. Tutto rimane nel campo dell’inclusività e della trasparenza fino a quando la matrice soggettiva è chiara e dichiarata, finché dunque non diventa un criterio, una “legge” rispetto alla quale si è incoscienti di sottomettersi. A pensarci bene infatti è proprio un liquido come quello del Social Network che permette a strutture (simili a Torri altissime di saperi apparentemente disconnessi) di sopravvivere. Siamo tutti immersi in una “Second Life” virtuale, della quale però non conosciamo il senso e ci troviamo spesso a cercarlo, nella connessione tra le opere che convivono, presenti nello stesso ambiente, sia esso il progetto di una ipotetica città o una sala espositiva, oppure tra i post del social network di turno: non ci rendiamo però conto che dei primi due siamo (la maggior parte delle volte) spettatori, mentre ci ritroviamo autori, art director, del secondo accumulo di “roba” (Facebook & co.), la cui connessione siamo proprio noi stessi, cittadini e reali essenze della Babele fuori e dentro di noi.

 

Log In or Sign Up

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /dati/virtuali/www.paesaggiourbano.net/libraries/joomla/filter/input.php on line 652

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /dati/virtuali/www.paesaggiourbano.net/libraries/joomla/filter/input.php on line 654