Intervista ad Andrea Maffei

  • Scritto da  Matteo Sintini

MS: Inizialmente vorrei soffermarmi su uno degli elementi di analogia dei due progetti, entrambi sono infatti esiti di concorsi. In quattro anni è stato portato a termine l’iter della biblioteca di Maranello. Più lento, in primo luogo per la complessità dell’intervento, ma non solo, sembra essere il percorso della realizzazione della stazione di Bologna.
Come si è svolto il rapporto con gli interlocutori pubblici nei processi di progettazione prima e di realizzazione poi e come procede il cantiere della stazione?

AM: Il rapporto con il Comune di Maranello è stato molto aperto e costruttivo.
Il cliente teneva molto alla realizzazione di un progetto di qualità e quindi ci ha assistito con grande disponibilità per trovare il modo di sviluppare il progetto di una biblioteca dal design interessante. C’è stato quindi un ottimo dialogo continuo ed affiatato tra il progettista e il committente.
Per la stazione di Bologna, le cose si sono fermate dopo il concorso in cui abbiamo sviluppato il progetto preliminare della stazione e dell’area Bovi Campeggi prospiciente. RFI sta ancora cercando le risorse necessarie per la realizzazione dell’intervento. C’è comunque grande interesse da parte dei vertici di RFI di poterla costruire e speriamo di poter partire presto con il progetto definitivo.


MS: Ancora sullo stesso tema, ma visto da una diversa angolazione. Dai due progetti emerge fortemente una dimensione pubblica, non solo come risposta ad un programma funzionale, fatto evidente nei casi in oggetto, ma quasi come contenuto di un’idea stessa di architettura e di una naturale inclinazione dell’approccio al progetto. La fluidità, la trasparenza, ricercate nella creazione degli spazi pubblici intesi per la comunità, per la gente, sembrano derivare dall’esperienza dell’architettura giapponese, di Isozaki o Ito, per citare due figure che lei conosce da vicino, oppure SANAA (Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa), che ha incentrato la scorsa Biennale di Architettura di Venezia sul tem People meet in architecture.


AM: Entrambi i progetti rappresentano opere pubbliche in cui la gente si incontra per stare insieme, studiare, parlare, viaggiare. Gli edifici pubblici sono sempre dei grandi spazi coperti in cui la comunità si riunisce per svolgere varie funzioni: dalla musica nei teatri al viaggio nelle stazioni o aeroporti, allo studio nelle biblioteche. In tal senso entrambi sono dei grandi vuoti chiusi e climatizzati, dei grandi open space, in cui poi all’interno la distribuzione dell’arredo o delle partizioni ritaglia angoli di spazio in cui si concentrano le attività. Nella biblioteca lo spazio è tutto distribuito sotto un’unica copertura dalla forma organica, aperto in tutto il suo perimetro verso l’esterno attraverso lunghe vetrate curvilinee. Tale soluzione prolunga in modo fluido e dinamico lo spazio pubblico della piazzetta antistante dentro la biblioteca, senza soluzione di continuità, anzi prolungando all’interno gli stessi materiali di pavimentazione e la stessa luce. Parimenti nella stazione la grande scatola in cemento armato è come un’unica grande piazza coperta e climatizzata in cui il pubblico si muove tra i volumi dei negozi, delle biglietterie e dei ristoranti, fino a trovare le scale mobili per scendere ai binari. Grandi spazi unici per il pubblico.

MS: Continuando nuovamente su questo fronte, nel suo testo su Toyo Ito (op. cit., p. 10) relativamente al lavoro di alcuni dei più importati autori giapponesi, parla di opere «occidentali (...) provocatorie e trasgressive» come quelle di Isozaki o Ando, durevoli per la loro consistenza tettonica, e opere «neutrali» rispetto al contesto, come quelle di Ito, simili ad istallazioni temporanee, effimere, in cui gli involucri si smaterializzano per effetto della trasparenza, della luce, della tecnologia che sopperisce alla leggerezza dei tamponamenti. Ancora la definizione di una forma procede nella direzione di un inserimento, pur nella diversità rispetto al contesto, senza rotture. Non si tratta di una questione di stile, quanto della ricerca di un risultato «capace di superare il limite del tempo». (a. maffei, L’anti-conformista, in “Casabella”, n. 806, ottobre 2011, p. 38).
Questi sembrano essere temi visibili nei due lavori qui presentati, come in altri di cui si è occupato, essi provengono, credo, dalle sue esperienze formative e professionali. Quali altri riferimenti guidano il suo lavoro, anche da un punto di vista della metodologia progettuale, ad esempio nei confronti della tecnologia, dei materiali o delle diverse scale del progetto?

AM: Per me ogni progetto rappresenta l’occasione di raccontare quello che penso su quell’edificio, su quelle funzioni, da collocare in quella parte di città e di come esso dialoga con la città e con la sua storia. Il progetto non può essere solo un esercizio formale, bensì deve sempre incarnare un messaggio preciso con cui l’architetto parla con la città e con cui racconta il suo pensiero. Solo così un’opera di architettura riesce a durare nel tempo, perché le forme invecchiano velocemente, mentre le idee ed i concetti non hanno limiti temporali e riescono ad essere compresi da generazioni su generazioni. Come nella musica, il pubblico apprezza certe composizioni perché trasmettono un’idea, pur essendo di lingue diverse e di diverse nazioni.

MS: Sempre in tema di metodo, dopo aver seguito i progetti in Italia di Arata Isozaki (l’ingresso agli Uffizi di Firenze o le opere torinesi per le Olimpiadi) dal 2005 è stato costituito lo studio Andrea Maffei Architects s.r.l., che sviluppa un percorso indipendente, in alcune occasioni progettuali ancora legato all’architetto giapponese, penso al grattacielo per CityLife a Milano. Come avviene il lavoro, potremmo dire a “quattro mani”, con Arata Isozaki e cosa in generale caratterizza in modo più personale il suo fare progettuale?

AM: Quando facciamo dei progetti insieme, con Isozaki definiamo il concetto da sviluppare e poi il mio studio ne concretizza le forme, le dimensioni, le funzioni ed i materiali. In tal senso io traduco in forma dei concetti che sviluppiamo insieme ed in tali forme inserisco il mio fare progettuale, la mia scelta dei materiali, dei disegni delle facciate e di come l’edificio si articolerà e dialogherà con il contesto urbano. Il mio fare progettuale è caratterizzato da non avere vincoli formali. Non credo che si debba perseguire solo un proprio stile, ma che si debbano sviluppare forme e materiali diversi in ogni progetto a seconda di quello che si vuole comunicare, senza limiti preconcetti di forme estetiche. I critici spesso lo definiscono “eclettismo”, ma io non credo che sia la definizione corretta. Lo definirei più una sorta di “sperimentalismo” sempre alla ricerca di soluzioni formali e materiche ad hoc solo per quel progetto in quel luogo.

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