Strategie per il miglioramento della prestazione energetica dell’edilizia storica aggregata

  • Scritto da  Marco Zuppiroli

La prestazione energetica del costruito storico, la formalizzazione di un corretto quadro esigenziale e le effettive possibilità di risparmio, sono, da tempo, un problema ampiamente dibattuto all’interno del comparto edilizio sia nell’ambito del mercato industriale, sia nell’ambito del mercato immobiliare. L’intervento in aree colpite dal sisma può diventare un’occasione privilegiata per definire strategie multidisciplinari volte a controllare il processo di restauro in aggregati di edilizia pre-industriale, mantenendo saldi i principi disciplinari e orientando lo sguardo verso nuovi – o ritrovati – obiettivi di efficienza.

La vigente normativa in caso di ristrutturazione di edifici esistenti (articolo 3, comma 2, lettera c), numero 1) del d.Lgs. 192/2005 e ss. mm. ii.), non richiede la verifica del fabbisogno di energia primaria per il riscaldamento invernale, per il raffrescamento estivo e per la produzione di acqua calda sanitaria. Con riferimento al tipo di intervento è invece prevista la verifica della trasmittanza a ponte termico corretto (U) per le strutture opache verticali, per le strutture opache orizzontali o inclinate, per le chiusure apribili ed assimilabili (quali porte, finestre e vetrine, anche se non apribili, comprensive degli infissi, considerate le parti trasparenti e/o opache che le compongono). Allo stesso modo, in caso di sostituzione o ristrutturazione dell’impianto termico o del generatore di calore (articolo 3, comma 2, lettera c), numero 1), è prevista la verifica del rendimento medio globale dell’intero impianto.
L’approccio per singoli elementi tecnici trascura una lettura generale dell’organismo architettonico e, ad una scala più ampia, dell’aggregato urbano, intendendo l’intervento come adeguamento dell’involucro e non come miglioramento prestazionale dell’edificio, anche in quelle situazioni ove sarebbe invece necessario operare con tutte le cautele del caso. In questo senso, infatti, il miglioramento della prestazione energetica va a coincidere con l’abbassamento della trasmittanza in W/m2*K del componente i-esimo dell’involucro esterno sul quale si interviene, perdendo di vista tutti gli altri parametri che la valutazione dell’indice EPtot prevede.In altre parole, in caso di intervento su un edificio storico non soggetto a tutela ma comunque importante sotto il profilo testimoniale, non è possibile operare trasferendo tutti o parte degli obblighi in termini di risparmio energetico da un elemento tecnico ad un altro, anche con l’eventuale obbligo di mantenere inalterati gli obiettivi finali in termini di miglioramento energetico dell’intera fabbrica.
D’altra parte, però, è necessario rilevare le distorsioni legate al meccanismo delle certificazioni che, come si è visto, mettono al centro l’indice di prestazione energetica e si configurano oggi quale strumento privilegiato di ausilio alle nuove politiche, sia in ambito locale che in ambito nazionale.
Le attese legate alle certificazioni, il desiderio della classe A a tutti i costi, possono risultare estremamente pericolosi nel momento in cui ci si confronta con l’edilizia pre-industriale. In tal caso, infatti, la qualità dell’edificio non può ridursi ad una valutazione di tipo patrimoniale, né tantomeno energetica, ma deve contemplare, necessariamente, l’effettivo valore culturale-testimoniale che concorre a pieno titolo e primariamente su qualsiasi altra valutazione.
È possibile individuare due approcci alla dimensione dell’intervento, l’uno, più vicino alle ragioni del mercato industriale, che in questi ultimi anni ha visto il settore delle costruzioni attraversato da una vera e propria rivoluzione legata alle innovazioni
di prodotto e, l’altro, più vicino alla sensibilità del mercato immobiliare, che sta invece vivendo una severissima crisi sia in termini di fatturato, sia in termini di redditività. I due differenti orientamenti concorrono nel determinare l’indirizzo operativo degli attori che possono, e in qualche caso devono, intervenire sull’edilizia esistente. Si desidera portare alcune riflessioni in merito alla distribuzione quantitativa degli interventi effettuati in Italia sulla base degli ultimi rapporti disponibili pubblicati a cura di ENEA, per il triennio 2009-20111 e delle informazioni derivanti dal censimento ISTAT 20012. Mettendo in relazione la distribuzione del numero di abitazioni in Italia, classificate per periodo di costruzione (espresso in %), con il numero di immobili oggetto di intervento (espresso in %), sempre suddivisi con il medesimo criterio, è possibile trarre alcune iniziali conclusioni.
Nell’analisi è doveroso tenere presente che, al contrario del dato ISTAT, il dato ENEA è riferito indistintamente a tutte le categorie catastali e che la percentuale di immobili residenziali sui quali si è intervenuto nell’arco del solo 2009, beneficiando della detrazione fiscale del 55%, è il 96% del totale di immobili esistenti oggetto di intervento edilizio (228.325 U. I.).
Nella prima classe cronologica (ante 1919) e in misura minore nella seconda (1919-1945) è possibile riscontrare un significativo discostamento tra il dato ISTAT di riferimento e il dato ENEA relativo alle unità immobiliari oggetto di intervento. Questa distanza è probabilmente determinata dall’oggettiva difficoltà di intervento per l’adeguamento energetico agli standard minimi previsti dalla normativa nell’edilizia preindustriale di base. Al contrario, le ampie possibilità di intervento nell’edilizia degli anni ’60 e ’70, caratterizzata dall’utilizzo di tecnologie ormai standardizzate, incentiva un significativo ricorso alla detrazione fiscale. È quindi riscontrabile fin d’ora una sostanziale inefficacia delle politiche energetiche ormai consolidate in ambito nazionale, almeno per quel che riguarda il parco edilizio più antico.
La legge regionale per la ricostruzione nei territori interessati dal sisma del 20 e 29 maggio 2012 prevede, in questo senso, obiettivi generali di miglioramento della prestazione energetica almeno nelle amministrazioni che decideranno di dotarsi dello strumento urbanistico che la legge intende disciplinare: il “Piano della ricostruzione”. All’interno di ciascun piano, a fianco degli incentivi urbanistici e delle misure premiali dirette a favorire la rapida e completa attuazione degli interventi di riparazione, ripristino con miglioramento sismico e di ricostruzione, dovranno infatti trovare spazio importanti misure volte al raggiungimento di livelli più elevati di efficienza energetica. Sarebbe pertanto auspicabile che, nell’ambito dei “Piani della ricostruzione”diretti ai centri storici colpiti dal sisma (Mirandola, Finale Emilia, Concordia sulla Secchia, ecc.), siano forniti efficaci strumenti operativi volti alla determinazione degli indirizzi da seguire anche per quel che riguarda gli interventi di miglioramento energetico. Da una parte, sarà necessario individuare la scala di intervento, in altre parole l’intervallo dimensionale entro il quale identificare le UMI (Unità minime di Intervento) in modo che sia possibile raggiungere i migliori risultati in termini prestazionali. Lo stesso intervallo dimensionale andrà a costituire l’unità di valutazione del livello di miglioramento conseguibile e, in ultima analisi, di validazione del progetto. Dall’altra, attraverso lo studio di scenari di intervento sufficientemente approssimativi, sarà necessario predisporre linee guida per l’intervento volte al raggiungimento di significativi traguardi prestazionali ma sempre senza compromettere in alcun modo il valore culturale- testimoniale del costruito storico.

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