‘Dov’era, ma non com’era’: il restauro quale nodo centrale della ricostruzione post-sismica

  • Scritto da  Riccardo Dalla Negra

‘Dov’era, ma non com’era’ è un motto il cui utilizzo si è reso necessario in opposizione al vecchio adagio veneziano ‘Com’era e dov’era’ che si credeva definitivamente archiviato e che, invece, è riemerso con forza anche all’indomani del terremoto emiliano.
La querelle che contrappone i fautori delle ricostruzioni mimetiche ed i ‘contemporaneisti’ è fuorviante perché il vero problema è determinare l’effettiva ‘esigibilità’ delle lacune provocate dal sisma, sia alla scala dell’edificio, sia a quella urbana. Il nodo centrale era e resta quello del restauro, anche laddove sia lecito il ricorso al linguaggio contemporaneo.

‘Dov’era, ma non com’era’ è un motto, o slogan che dir si voglia, il cui utilizzo si è reso necessario in opposizione al vecchio adagio veneziano ‘Com’era e dov’era’ che si credeva definitivamente archiviato e che, invece, è riemerso con forza anche all’indomani del terremoto emiliano. Come tutti gli slogan, esso necessita di molte precisazioni, come meglio vedremo appresso, giacché si potrebbe facilmente interpretare come il ricorso ad una arbitraria e repentina sostituzione del patrimonio edilizio danneggiato, ipotesi questa che pure serpeggia, in maniera più o meno velata, in determinati ambienti. È un fatto assodato come, a seguito di eventi traumatici, si avverta come immediato il bisogno di poter tornare, nel più breve tempo possibile, alla situazione preesistente, quale che essa fosse. Se tale atteggiamento può trovare una sua giustificazione sul piano psicologico, quale metabolizzazione di un lutto conseguente alla tragedia, non trova invece giustificazione sul piano culturale ed operativo per almeno due validissime ragioni: la prima attiene al lungo e difficile processo di maturazione dei principî conservativi nei quali la cultura contemporanea largamente si riconosce, i quali mettono al primo posto il rispetto assoluto dell’autenticità di un’opera e la conseguente sua irriproducibilità; la seconda, di natura più tecnica, risiede nell’impossibilità fisica di riprodurre la ‘materia’ di un’opera distrutta o ampiamente compromessa (fig. 1). Si può replicare la ‘forma’ dell’opera distrutta (fig. 2), consapevoli del fatto che stiamo producendo un falso sia artistico che storico, ma sappiamo bene che, nella attuale riflessione teorica, la ‘forma’ non può essere disgiunta dalla ‘materia’, entità queste che, per citare Brandi, vivono in maniera ‘coestensiva’. Viepiù in architettura allorché alla ‘materia’ sono delegate speciali ‘funzioni’ di resistenza meccanica, ancorché tali funzioni attengano a qualsiasi prodotto dell’operosità umana, non fosse altro che per il rispetto delle leggi della fisica.
Immancabilmente, tuttavia, l’invocazione alla ricostruzione à l'identique è deflagrata nel dibattito post-sisma non solo sui titoli dei giornali, tanto approssimativi quanto ‘urlati’, ma anche in assise diverse con tanto di côté intellettuale pronto ad immolarsi alla causa della ‘bellezza’ non altrimenti recuperabile (sic!). Sul fronte opposto, con altrettanta perentorietà,sono emersi gli atteggiamenti ‘contemporaneisti’ che, pur partendo da presupposti condivisibili circa l’irriproducibilità delle opere distrutte, giungono a conclusioni inaccettabili sia per l’edilizia storica emergente, quella che un tempo avremmo definito ‘monumentale’, sia nei confronti dei tessuti edilizi storici, proponendo un’ampia sostituzione delle pagine distrutte o fortemente compromesse con altre di architettura contemporanea, comprendendo in esse anche la progettazione di nuovi ‘vuoti urbani’.
È appena il caso di richiamare l’approssimazione culturale di certa avanguardia oltranzista nell’avanzare, ancora oggi, accuse di ‘passatismo’ e di ‘immobilismo’ nei confronti del mondo del restauro. Ciò appare estremamente fuorviante, laddove si consideri che, nella riflessione contemporanea più aggiornata, l’atto del restauro non può essere considerato altro che un atto di architettura, più precisamente un particolare modo di fare architettura con finalità conservative.
La querelle non è certo nuova in quanto è sempre riemersa,non solo all’indomani di tragedie simili, ma ogniqualvolta si è posto il tema del rapporto tra nuovo e antico. Occorre, invece, prendere atto come il tema della ricostruzione del patrimonio edilizio storico, laddove esso si presenti danneggiato più o meno seriamente, sia squisitamente di restauro architettonico, sia che si tratti di reintegrare parti perdute di un monumento significativo per la comunità, sia che si tratti di ricostruire una parte dei tessuti urbani.
Partiamo, innanzi tutto, da una considerazione preliminare, a mio giudizio fondamentale: dopo un evento traumatico, nessun edificio può considerarsi veramente ‘perduto’ perché rimarranno di esso, anche nei casi gravissimi, pur sempre delle tracce. Ne consegue che la cancellazionetotale di un edificio, o di un tessuto urbano, è sempre ‘intenzionale’ e di ciò abbiamo testimonianza proprio dalla Storia (fig. 3). Se si accetta tale premessa, la prospettiva muta radicalmente in quanto l’atteggiamento giusto non è quello di chiedersi con quali forme architettoniche si risarciranno le parti perdute, siano esse ‘assonanti’ (facendo ricorso tanto alle repliche falsificanti, quanto al cosiddetto ‘moderno ambientato’), oppure ‘dissonanti’ (così come è dato largamente vedere nell’attuale panorama architettonico); occorre, al contrario, chiedersi quanto, e in che modo, il testo mutilo potrà risultare ‘esigibile’. Ovviamente, tale ‘esigibilità’ (che i fautori del com’era e dov’era giudicano sempre possibile) deve essere oggetto di un’attenta valutazione critica e può mutare in base al valore testimoniale della preesistenza: in definitiva, da un lato dovremo interrogarci sulla ‘esigibilità’ delle parti residue di un edificio specialistico portatore anche di valori artistici, dall’altro su quella relativa alla ricomposizione dei tessuti edilizi compromessi da un sisma. In entrambi i casi si tratta di approcciare alle conseguenti problematiche progettuali ed operative con l’ottica del restauro, quindi con finalità esclusivamente conservative. Tutto ciò comporta,innanzi tutto, un rigoroso approccio conoscitivo di natura storico-critica che, paradossalmente, si fa più arduo proprio nei confronti dell’edilizia storica di base, giacché sarà solo la conoscenza dei processi evolutivi della città ad essere in grado di svelare quei caratteri (distributivi, strutturali e linguistici) che, altrimenti, rimarrebbero sconosciuti (fig. 4).
Non c’è chi non veda la distanza considerevole di un tale approccio rispetto a quello puramente ‘percettivo’ che domina l’attuale cultura architettonica. Ma dobbiamo pur sempre rispondere all’incessante domanda che viene sempre posta in questi frangenti: può essere esclusa completamente l’architettura contemporanea da tali processi ricostruttivi? La risposta è che essa può giocare, con piena legittimità, un ruolo insostituibile nei processi ricostruttivi e reintegrativi, laddove venga messa al servizio della preesistenza enon già l’inverso, come è largamente dato osservare (Fig. 5). Ciò si lega, appunto, al tema della valutazione della ‘esigibilità’ del testo mutilo sul quale si interviene; più precisamente, si lega ai criteri che adotteremo per la reintegrazione delle lacune, sia architettoniche che urbane,prodotte dal sisma. Laddove queste possono essere risolte facendo ricorso al ricco patrimonio ideale e metodologico proprio della disciplina del restauro, il problema non deve essere minimamente posto; ma laddove questo non fosse possibile, il linguaggio contemporaneo può assolvere il compito reintegrativo o allusivo degli spazi o delle masse murarie perdute. Non si tratta, in questi casi, di andare ‘oltre il restauro’, ma di rimanervi all’interno, nel pieno rispetto dei principî conservativi nei quali ci riconosciamo.

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