L’individuazione dell’Unità Minima di Intervento: opportunità e problemi di metodo

  • Scritto da  Francesco Guidi

La natura aggregata dei tessuti storici richiede che gli interventi (di miglioramento sismico, energetico, ecc.) non vengano progettati per ogni unità immobiliare, bensì tenendo conto di tutto l’edificio di cui esso partecipa. La necessità di individuare le Unità Minime che compongono gli aggregati deve superare, tuttavia, le numerose difficoltà operative legate alla conoscenza dell’episodio urbano.

Carattere peculiare ed al contempo imprescindibile dei centri storici di qualsiasi dimensione nel contesto europeo è la composizione in aggregato del suo edificato. Eccettuati episodici edifici isolati, qualora l’importanza del monumento – o le susseguitesi fasi storiche – siano tali da giustificare tale estromissione, la trama attuale dei nuclei urbani è costituita da un fitto tessuto di edifici uno ad uno addossati e reciprocamente dipendenti. Palazzi delle più varie fogge, chiese ed edilizia di base si alternano in un continuum di viali, piazze, strade, vicoli e cortili, evadendo da ogni qualsivoglia trama ordinata. Il risultato è un tessuto estremamente eterogeneo, di cui poco o nulla si conosce in tema di dimensioni, geometrie, caratteri costruttivi, energetici, occupazionali, ecc. Soli, i servizi catastali conservano particolareggiati rilievi delle unità immobiliari: dati totalmente slegati, che non permettono di ottenere immediate proiezioni sulla composizione di un centro storico, né tantomeno si prestano ad una lettura trasversale. Pur volendo chiamare in aiuto gli ultimi ritrovati della glocalizzazione1, la comprensione del tessuto in aggregato rimane, sempre e comunque, epidermica. Utile per uno studio del colore o delle fasi accrescitive del nucleo urbano, ma poco altro.
Gli episodi sismici– non meno quelli emiliani dello scorso anno – hanno reso evidente la fragilità dei centri storici, non solo dal punto di vista strutturale, ma anche conoscitivo e gestionale. Se da una parte lo studio dei fenomeni geologici, come pure la comprensione del comportamento delle strutture in muratura, hanno ottenuto notevoli risultati, l’applicazione di un qualsiasi modello di calcolo o programma di intervento deve fare i conti con l’incognita del tessuto in aggregato. Quando alla conta dei danni segue la necessità di coordinare, da parte delle amministrazioni, i lavori di recupero (ed i relativi finanziamenti), la conoscenza capillare delle unità strutturali costituenti gli aggregati diventa essenziale. Non a caso i Piani di Ricostruzione richiedono, preliminarmente alla loro stesura, il riconoscimento delle U.M.I., intese come Unità Minime di Intervento: edifici autonomi e le unità strutturali, facenti parte di aggregati edilizi [...] che siano composti da più edifici la cui riparazione, ripristino con miglioramento sismico o ricostruzione, deve essere progettata unitariamente, da attuarsi attraverso un unico intervento edilizio, ovvero attraverso un programma di interventi articolato in più fasi o più lotti2. Evoluzione dei comparti urbanistici – già previsti dai P.R.G – l’U.M.I., così come enunciato dai piani, esige il riconoscimento nel tessuto in aggregato di gruppi di edifici, necessariamente accostati, tali da richiedere un mirato intervento migliorativo. L’individuazione delle U.M.I. dovrebbe necessariamente tener conto delle caratteristiche tipologiche, architettoniche e paesaggistiche3 del tessuto edilizio, mentre le esigenze di pianificazione impongono la scelta di ricalcare gli stralci di lavoro previsti, da una parte assecondando la necessità di organizzare efficacemente le operazioni di ricostruzione, ma dall’altra annullando congiuntamente i vantaggi di una legittima operazione di indagine dell’episodio urbano. Quale sia la prassi per un corretto riconoscimento delle unità di intervento minime non è un interrogativo legato prettamente alle indagini di valutazione
del rischio sismico o ai piani di ricostruzione post- emergenziale. La crescente attenzione per gli aspetti energetici degli edifici impone anche in ambito di edilizia in aggregato il raggiungimento di superiori standard prestazionali. Risultati ottenuti per la maggior parte dei casi attraverso l’intervento sulla singola unità immobiliare, spostando necessariamente il punto di vista dall’intero edificio al singolo ambiente (o gruppo di locali). Approccio, quest’ultimo, che a fronte di una maggiore semplicità di esecuzione (non si rende necessaria una concertazione tra più proprietari), acutizza la frammentarietà cui è andato incontro il tessuto storico per motivi perlopiù fisiologici4 e, sotto il profilo prestazionale, non rappresenta la soluzione migliore.
Comprendere le innumerevoli opportunità offerte dalla conoscenza diretta delle unità strutturali componenti gli aggregati edilizi è propedeutico all’affinamento di efficaci parametri di riconoscimento delle unità minime di intervento. L’introduzione nei piani di recupero di questo grado di conoscenza dei centri storici è un chiaro passo verso la gestione ottimizzata delle risorse volte al recupero intelligente e diversificato (e quindi, efficiente) dei tessuti storici. Occasione da sfruttare al meglio anche per altri ambiti di intervento, con un occhio di riguardo per quella ricchezza di diversità che contribuisce a rendere ogni centro storico l’episodio primo della memoria di un luogo.

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