Abitare la necessità. Per una poetica della povertà intenzionale

  • Scritto da  Tomas Ghisellini

Misura ed equilibrio sono conquiste faticose ed affatto scontate per un progetto; il migliore (e forse unico) antidoto all'architettura inconsistente ed autodeterminata è l'educazione delle nuove generazioni di architetti a una nuova "poetica della necessità"

Il Laboratorio di Progettazione Architettonica, al primo anno del Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara, è dedicato tradizionalmente al tema dell'abitazione. Nell’immaginario collettivo, la progettazione di una residenza unifamiliare racchiude in sé il senso più autentico ed immediato di ogni fare architettonico. Nella casa confluiscono non soltanto relazioni di stretta necessità funzionale, fisica o psicologica; in maniera assai più articolata, in essa coesistono linguaggi rappresentativi, tensioni formali, volontà di personalistiche affermazioni estetiche, desideri di trasgressione.
Quello dell’abitazione isolata, tema principe di buona parte dell’Architettura del Novecento italiano ed eletto da molti dei suoi protagonisti a manifesto poetico e programmatico, è perciò da tempo considerato, per gli allievi architetti, il più naturale ed immediato contatto con la prima esperienza progettuale. E quello della casa, tra tutti, è forse il tema che più di ogni altro avvince gli studenti alla loro "prima volta" col progetto, seducendoli ed attirandoli per contro nei territori insidiosi dell'arbitrio, della liceità, dell'esagerazione, dell'autocompiacimento; ed è quello, dunque, che più di ogni altro offre infinite possibilità di discussione, valutazioni critiche, slanci e contenuti "educativi" con i quali nutrire e crescere il talento che, pur in dosi differenti, è in ognuno di loro.
Misura ed equilibrio sono conquiste faticose ed affatto scontate per un progetto; e proprio per questo, nel lancio di un terrorizzante guanto di sfida, sono state assunte a requisiti fondamentali per gli esiti del processo didattico. Fornite alcune precise indicazioni su di un reale luogo fisico d’impianto immerso tra gli splendori naturalistici delle Alpi, agli allievi è stato chiesto di avventurarsi nel disegno di un'abitazione d'alta quota, un corpo flessibile ed ambientalmente responsabile in grado di fare propria, pur in maniera elementare, la straordinaria e multiforme cultura abitativa dei versanti montani; un organismo capace di adattamento ed evoluzione nell'accoglimento di uno spazio domestico integrativo per la cui funzione si è lasciata libera iniziativa alle proposte individuali.
Gli studenti, sollecitati da specifiche esercitazioni sulla selezione dell’idea, sulla manipolazione della forma e sul potenziale espressivo della materia, sono stati chiamati alla definizione progressiva di un articolato e personale percorso compositivo verso la concretizzazione del progetto.
Idea, forma e materia hanno assunto il carattere di termini paradigmatici nel dialogo di ininterrotto confronto tra allievi e docente; ognuno ha seguito sentieri indipendenti di ricerca verso la scoperta della sostanza progettuale, ognuno ha sondato con la semplicità e la freschezza del neofita i primi dubbi e le prime esitazioni di una professione complicatissima quanto straordinaria.
Ogni progetto è stato chiamato alle proprie responsabilità di organismo ospite, potenziale corpo estraneo, entità comunque destabilizzante; ogni proposta è stata richiamata, anche duramente, alla ponderazione, alla disciplina, al rigore. Perché il migliore (e forse unico) antidoto all'architettura inconsistente ed autodeterminata, quella della tabula rasa, della completa libertà vincolare e dell'aria condizionata, quella dei deficit di bilancio e delle voragini di budget, è l'educazione delle nuove generazioni di architetti ad una nuova "poetica della necessità".
Le proposte elaborate dagli studenti, pur secondo traiettorie personali eterogenee, a tratti sperimentali, percorrono la strada della riduzione, della parsimonia, della sottrazione, tentando un'onesta riflessione sul "quanto basta". Per i progetti la bellezza risiede nell'assenza del capriccio, nella latitanza del superfluo, nel tentativo di modellare spazi densi di emozione in grado di restituire poesia al nostro stare nel mondo.

 

 

 

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