Fare esperienza

  • Scritto da  Marco Pavarani

Fare esperienza significa operare, toccare l’architettura, sia essa rappresentata o fisica, accumulare le informazioni e le emozioni che ognuno di noi è in grado di avvertire, farle sedimentare e trasformale in atti progettuali propri

Nel caso specifico del primo anno di un Laboratorio di progettazione, mi sembra particolarmente importante che lo studente si confronti con il fare “Esperienza dell’Architettura” per usare il titolo del famoso testo teorico sull’architettura di Ernesto Nathan Rogers.
Fare esperienza vuole dire operare, toccare l’architettura, sia essa rappresentata che fisica, accumulare le informazioni e le emozioni che ognuno di noi è in grado di avvertire, farle sedimentare e trasformale in atti progettuali propri.
Ci si è proposti di indirizzare questo inizio di conoscenza, che dovrà essere perfezionato ed arricchito negli anni successivi, ad un principio di metodologia progettuale, metodologia che è stata proposta, applicata e verificata analizzando alcune architetture significative e contemporanee in modo da accrescere il “contatto” con l’architettura, e culminare con la redazione del lavoro finale che è stata la sintesi dell’esperienza maturata nel corso.
Nell’approccio alla progettazione dell’abitazione abbiamo intenzionalmente voluto spostare l’attenzione degli studenti dai problemi legati alla composizione ad una riflessione sui temi della relazione del “nuovo oggetto” con il luogo, l’orografia, le architetture esistenti, con le visuali che si vengono a definire e alla comprensione dei rapporti con la tipologia tradizionale (in particolare nell’uso dei materiali).
Proprio per incentivare gli studenti a sviluppare un concept in grado di definire una spazialità esterna fatta di spazi pubblici, semi privati e privati, si è ampliata la possibilità di “inventare” uno spazio indipendente, legato all’abitazione ma che si potesse arricchire di un valore sociale, così da implementare le sinergie con le presenze circostanti ed in particolare con la vicina chiesa.
Sono state così proposte anche soluzioni interessanti che spaziano da piccole attività artigianali o commerciali, spazi di lavoro (studi professionali), piccole palestre (come spazi per l’arrampicata), biblioteche, atelier per artisti, ecc.
I tre lavori che vengono presentati hanno un diverso approccio metodologico.
Il progetto di Valerio Recchioni è un’architettura compatta ma stratificata in altezza (anche nelle funzioni), che riprende la tradizionale sovrapposizione di basamento e corpo superiore, inserendo però elementi di contemporaneità quali lo stacco vetrato e la falda unica che accentua il suo inserimento di taglio nell’orografia.
Il progetto di Marco Pallaoro, invece, crea un organismo unico ma diviso in due elementi similari che rispecchiano le due diverse funzioni (il Bed & Breakfast e la residenza); la rotazione tra i due elementi ricorda le variazioni di giacitura delle architetture spontanee che caratterizzano quei luoghi.
Il progetto di Laura Zenorini parte dalla definizione di un elemento piegato che dialogando con la chiesa “abbraccia” un’area comune di accesso allo spazio accessorio: un’enoteca.

 

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